REPORTAGE GARE PODISTICHE : 18esima edizione della "Race for the cure" 2017

"La prima, la più importante" di ILENIA BENNATI.

Non sempre si riesce a dare una risposta spontanea alla domanda “Perché hai iniziato a correre?” Ed effettivamente fino a circa 5 giorni fa, sarei rimasta con la bocca mezza aperta e lo sguardo aggrottato, cercando velocemente una motivazione abbastanza gagliarda. Senza trovarla.

Perché fino a 5 giorni fa, non avevo ancora partecipato alla mia prima gara da runner, ovvero alla 18° edizione della Race for The Cure di Roma (5 Km). Senza ancora sapere cosa mi spingesse nella costante pratica della corsa a piedi, sapevo già, sin da quando ho mosso il primo passo dei mie primi 500, dolorosissimi , metri, che se mai avessi partecipato ad una competizione, la prima sarebbe stata proprio la Race. Non me lo sono imposta, credo di averlo solo e sempre saputo.

Bennati

E avevo ragione. Dopo 1 anno e 8 mesi di allenamenti fai da te, ho deciso che era arrivato il momento di provare. Avrei potuto iniziare da altre gare, già qualche mese fa, ma il mio cervelletto continuava a dirmi di no. L’ho ascoltato (cosa rara) e ho atteso con grande impazienza il 21 Maggio 2017 per partecipare alla mia prima corsa competitiva accompagnata da una grande donna in rosa: la mia mamma.

Già dalla metropolitana, vedere uomini, donne, giovani e bambini con indosso la maglia della Race ha iniziato a scaldarmi il groppo in gola e lucidarmi gli occhi. La mia mamma no, lei è sempre prima di tutto allegra, poi casomai si commuove, ma nel frattempo ride lo stesso. Il babbo se la cava solo grazie agli occhiali fotocromatici.

Vi risparmio i dettagli del tragitto fino alla partenza, l’impatto straordinario con la marea di persone al Circo Massimo, la mia adrenalina nel vedere altri atleti competitivi, i saluti con i genitori, gli “imbocca al lupo”, i “dai che se la faccio in 30 minuti sono felice”! Allora vado alla cieca e mi ritrovo nel posto giusto, aprono i tornelli e sono persa tra atleti che si scaldano. Lo faccio anch’io, corro e saltello fino a quando non vedo delle belle canotte gialle “Sempre Di Corsa Team”. Corro incontro ai miei compagni di squadra che incontro per la prima volta. Luisa, gentilissima, mi sorride, tranquillizza e mi fa spazio vicino a lei per partire insieme. Sono felice. Ho molta sete e sono felice. Non posso bere perché non c’è tempo, ma posso essere felice. Davanti a me 3 file di corridori, dietro l’infinità di pettorine (Scoprirò solo nel pomeriggio che i competitivi erano circa 1.200)

La speaker parla, parte l’inno d’Italia (botta di adrenalina a 1000), countdown e via. Si inizia a correre.

Non ho la più pallida idea di quale sia la mia strategia di gara, avrei dovuta averne una? Mentre iniziano a sfrecciarmi tutto intorno persone molto più veloci di me, vivo un momento di confusione, le gambe si appesantiscono e il fiato non si spezza. Guardo l’orologio che dice 600 mt. Mi prende un colpo. Mi sento come se avessi corso per 10 km!

Bennati

Dopo qualche altro istante di insofferenza e pensieri da deficit psico-fisico (perché mai l‘ho fatto, come mi è venuto in mente, ma chi me lo ha fatto fare, non voglio arrivare proprio per ultima!), il mio cervello cambia marcia. Vedo Piazza Venezia, l’altare della Patria e mi arrabbio con me stessa: “Perché non ti stai godendo neanche un momento di questa corsa, ragazzina?”. A quel punto riguardo l’orologio e mi rendo conto di andare un po’ troppo forte. Sono a 4.35 min/km. Rallento un pochino, prendo una bella boccata d’ossigeno e inizio a guardarmi intorno, godermi lo spettacolo, sorridere agli altri runners e, soprattutto, inizio a vivere quel momento. Da lì, solo bellezza: sfilo davanti ai Fori, al Colosseo, rivedo il Circo Massimo, mi difendo dignitosamente in salita dove supero diversi atleti e negli ultimo 500/600 metri il pensiero del Babbo che mi aspetta e della Mamma partita per la non competitiva fanno il resto. Allungo e mentre sento le gambe belle salde e sciolte inizio a sorridere. Arrivo. Fermo l’orologio: 5,07 KM, in 24 minuti. Sono felice come una bambina. E come una bambina corro da papà e insieme risaliamo il percorso (non si potrebbe fare, ma un gentile steward ne ha capito l’importanza) fino a trovare la nostra donna in rosa. Ci facciamo l’ultima discesa di corsa e superiamo di nuovo insieme il traguardo.

Io ho il mio groppo in gola, il babbo gli occhiali fotocromatici e la mamma il suo solito sorriso.

E mentre mi guardo da fuori e metto in tasca tutta la bellezza del momento mi viene in mente una frase di Murakami nel suo breve romanzo L’arte di Correre:

“Se ci restano anche solo dieci anni di vita, è di gran lunga preferibile viverli intensamente, perseguendo uno scopo, che non lasciarli trascorrere con indifferenza, e io sono convinto che a questo fine la corsa a piedi sia di grande utilità”.

Anche io lo sono adesso caro Murakami. Dopo due anni e, guarda caso, proprio durante la Race for the Cure, ho capito perché ho iniziato a correre.

Ilenia BENNATI